Azzurrina, il ritorno: ciò che non abbiamo visto, lo abbiamo sentito

Lo avevamo promesso, prima o poi saremmo tornati al castello di Montebello da Azzurrina. Soprattutto, lo avevamo promesso a Lei. Tornare al castello di Azzurrina non è stato semplicemente ripetere un’esperienza già vissuta. È stato rientrare in un luogo che, dalla nostra prima visita, aveva lasciato interrogativi e sensazioni difficili da dimenticare. La prima volta, infatti, l’attenzione si era concentrata soprattutto su ciò che avevamo ascoltato e fotografato, lasciandoci con la sensazione di aver raccolto qualcosa che meritava di essere ricordato.

Questa volta, invece, è accaduto qualcosa di profondamente diverso. La nostra intenzione era quella di scattare quante più fotografie possibile per catturare ogni dettaglio, ma all’arrivo abbiamo scoperto che durante la visita guidata era bandito tutto: foto, riprese, registrazioni. Ed è a questo punto che è avvenuto l’incomprensibile: ad ascoltare e registrare è stato il corpo.

Una sensazione difficile da ignorare

Ci sono sensazioni che, proprio perché fisiche, hanno un impatto completamente diverso rispetto alla semplice impressione di aver visto o sentito qualcosa. In alcune stanze abbiamo sperimentato sensazioni particolarmente intense: nausea, malessere e una sensazione di soffocamento.

La nausea è arrivata senza preavviso nei pressi della scala che scende alla ghiacciaia. Il senso di soffocamento ha aggiunto una componente ancora più inquietante all’esperienza di fronte alla tavola islamica. In quei momenti diventa inevitabile chiedersi se si tratti semplicemente di una reazione del nostro organismo all’ambiente, della suggestione legata alla storia del luogo oppure di qualcosa che non siamo in grado di spiegare. Ed è proprio questa domanda, più ancora di una presunta risposta, a rendere interessante il ritorno al castello.

Ciò che stupisce è che questo castello ha comunque trovato il modo di comunicare, anche se una sensazione fisica non può essere considerata automaticamente una manifestazione anomala. Nausea e difficoltà respiratorie possono avere moltissime spiegazioni naturali: stanchezza, tensione emotiva, temperatura, qualità dell’aria, odori, condizioni ambientali o anche la forte carica suggestiva che inevitabilmente accompagna un luogo avvolto da una leggenda così conosciuta. Ma questo non rende l’esperienza meno significativa per chi la vive.

Il castello e il peso della storia

Il fascino di Azzurrina nasce anche dal confine sottile tra ciò che conosciamo e ciò che immaginiamo. La storia della bambina scomparsa, la leggenda tramandata negli anni e il fascino oscuro del castello creano un’atmosfera particolare già prima di varcare il portone. E quando ci si trova all’interno, soprattutto in determinati ambienti, è difficile separare completamente ciò che percepiamo da ciò che sappiamo del luogo. Come sempre, abbiamo cercato di osservare, senza trasformare a tutti i costi una sensazione in una spiegazione. Eppure, anche questa volta, al termine dell’esperienza resta una certezza: al Castello di Montebello qualcosa c’è che scuote gli animi.

Un ritorno che apre nuovi interrogativi

Il ritorno al castello di Azzurrina non ci ha dato necessariamente più risposte, ma ci ha ricordato che la comunicazione con l’oltre non è fatta soltanto di strumenti, immagini e registrazioni. A volte passa anche attraverso reazioni intime e improvvise, difficili da collocare ma impossibili da ignorare. Nuove domande, coincidenze, reazioni ambientali, suggestione? O qualcosa di ancora non spiegato? Non siamo certo noi a poterlo spiegare, ed è forse questo il punto: in luoghi come questo, l’interesse non nasce dalla possibilità di trovare una prova, ma dalla capacità di mettere in discussione ciò che crediamo di sapere.

Quando siamo usciti dal castello, una cosa era chiara: questa seconda visita non è stata una semplice replica della prima. Abbiamo portato via una consapevolezza: certi luoghi vogliono essere ascoltati e percepiti. A volte, oltre alle domande, lasciano suoni che continuano a seguirti anche dopo aver varcato il portone d’uscita.

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